LA COLTIVAZIONE DEL RISO

Come viene coltivato il riso: le tecniche e il sistema irriguo
Lavorazione in risaia
Lavorazione in risaia

Tecnica colturale in risaia

I criteri di sistemazione della risaia hanno subito un significativo mutamento nel corso degli ultimi decenni, in conseguenza dell’avvento e della diffusione della meccanizzazione. L’esigenza di operare su adeguate dimensioni di superficie per poter convenientemente impiegare le macchine occorrenti all’esecuzione delle diverse operazioni colturali e la possibilità di effettuare rilevanti spostamenti di terra, mediante specifici mezzi meccanici operanti con relativa facilità e in breve tempo, hanno portato sistemazioni indubbiamente più ed efficienti  ed all’aumento dell’estensione degli appezzamenti fino a raggiungere notevoli dimensioni.

Dal punto di vista operativo ciò è stato reso possibile dall’introduzione della tecnica di livellamento dei terreni con lama a controllo laser che consente di ottenere superfici assolutamente piane e quindi con livelli di acqua di sommersione uniformi su ampie aree. Ogni “camera” (gli appezzamenti destinati alla coltivazione del riso, così definite per via dei caratteristici argini) è collegata alla rete irrigua di adduzione e di scolo delle acque eccedenti. L’ottenimento di superfici prive di irregolarità ha permesso la riduzione del numero di scoline interne, piccoli canali necessari per lo sgrondo delle acque di sommersione: tali strutture sono comunque ancora più o meno presenti a seconda della tipologia di terreno (più numerose in quelli più compatti) e delle zone di coltivazione.

L’aratura era ritenuta fino a qualche anno fa la lavorazione principale della risaia. In effetti il terreno coltivato a riso per più anni, e quindi sommerso per periodo piuttosto prolungati, si trova in condizioni di riduzione non del tutto favorevoli allo sviluppo delle radici. Diviene quindi utile periodicamente provocare l’ossidazione del terreno e modificarne la struttura con il rivoltamento. Il rivoltamento del suolo a mezzo dell’aratro assolve le principali funzioni di aerazione del terreno, incorporamento del fertilizzante, interramento dei residui colturali e di parziale rinettamento del terreno nei riguardi di alcune erbe spontanee avventizie o infestanti. Nelle normali condizioni di risaia l’aratura è sempre piuttosto superficiale, con profondità che non superano i 15-25 cm. Negli ultimi anni si sono comunque diffuse tecniche di agricoltura “conservativa” basate su pratiche di minima lavorazione in luogo dell’aratura che possono consentire risparmi energetici ed operativi anche mediante l’utilizzo di attrezzature combinate.

La concimazione del riso

Gli obiettivi della fertilizzazione della risaia, sono, come per le altre colture agrarie, quelli di modificare lo stato di carenza del suolo riguardo ai singoli elementi nutritivi; stabilire o ristabilire nel terreno, tra i diversi elementi della fertilità, un rapporto corrispondente a quello della loro utilizzazione da parte della pianta; accrescere il potenziale di fertilità del suolo; compensare le asportazioni degli elementi conseguenti la produzione e la raccolta del riso, tenuto conto delle inevitabili dispersioni e infine modificare ed accrescere il valore merceologico, oltre a quello biologico, del prodotto raccolto.

La coltura del riso si differenzia tuttavia da altre colture per alcuni aspetti fisiologici e nutrizionali, tra cui quello di potere assorbire azoto in forma ammoniacale in condizioni di sommersione. Siccome l’azoto ammoniacale è trattenuto dal potere di scambio dei suoli, questo fatto consente di eliminare o ridurre i rischi di dispersione nell’ambiente di azoto sotto forma di nitrati.

La concimazione del riso va effettuata sulla base delle analisi dei suoli in modo da apportare le dosi di nutrienti necessari alla coltura. Va inoltre frazionata in vari interventi (di norma prima della semina, all’inizio dell’accestimento ed alla differenziazione della pannocchia) in modo tale da fornire gli elementi nutritivi in corrispondenza degli effettivi fabbisogni della coltura. Da alcuni anni si stanno perfezionando tecniche di “agricoltura di precisione” (sitospecifica) che permettono di apportare le dosi di fertilizzante effettivamente necessarie alla coltura mediante piani di concimazione elaborati sulla base di  rilievi puntuali dello stato vegetativo effettuati con l’ausilio di strumenti tecnologici avanzati quali satelliti e droni, con notevoli miglioramenti sia in termini di efficienza della concimazione che di riduzione degli eventuali impatti ambientali.

Livellamento preparazione del terreno per la coltivazione del riso

Una delle condizioni essenziali per la riuscita della coltura del riso è quello di preparare un letto di semina il più possibile piano. Le irregolarità nel livellamento del suolo favoriscono l’insediarsi di parassiti e patogeni, non consentono manovre d’acqua accurate,  annullano o attenuano l’efficacia degli interventi diserbanti, non consentono alla coltivata di utilizzare in modo uniforme gli elementi fertilizzanti apportati, impediscono il regolare sviluppo della coltura. Quindi, dopo l’aratura, il terreno viene livellato mediante attrezzature a controllo laser che consentono di ottenere un piano di semina perfettamente orizzontale. Successivamente il suolo viene erpicato per interrare i fertilizzanti eventualmente distribuiti in pre-semina e per prepararlo alla semina stessa. Con l’utilizzo delle attrezzature a controllo laser ha proporzionalmente perso di importanza la pratica del livellamento in acqua con risaia sommersa che veniva effettuata fino ad alcuni anni fa per sminuzzare le zolle e compattare il terreno e che oggi è riservata a casi di specifica necessità.

La semina del riso

Attualmente, la semina diretta è il metodo quasi esclusivo di messa a dimora del riso in Italia. In passato, in particolare tra gli anni ’20 e ’60 del XX secolo questo cereale veniva seminato in piccolissimi appezzamenti e poi trapiantato manualmente in pieno campo, spesso dopo il primo taglio (“maggengo”) di un prato. Il sistema del trapianto è  stato abbandonato per gli elevati costi e l’enorme fabbisogno di manodopera. Anche nelle aree dove tuttora viene utilizzato, come il Giappone, si sta assistendo ad un progressivo passaggio alla semina diretta. La semina avviene in un arco di tempo piuttosto ampio che,  in funzione delle varietà e delle tecniche colturali, può andare da fine marzo a tutto maggio.

In passato la semina avveniva quasi esclusivamente su risaia sommersa distribuendo a spaglio da 150 a 200 kg di semente per ettaro, ma da diversi anni a questa parte si è ampiamente diffusa (a partire dal Pavese, dal Milanese e dalla Lomellina, fino a diventare ubiquitaria) la cosiddetta semina in asciutta, nella quale l’acqua viene immessa successivamente in risaia, quando le piantine sia trovano allo stadio di 3-4 foglie. Questa pratica consente di semplificare alcuni aspetti operativi, di ridurre l’usura delle macchine, di contenere alcuni parassiti ed alcune erbe infestanti che si manifestano in condizioni di sommersione. Per contro richiede maggiori quantitativi di fertilizzanti e può determinare lo sviluppo di erbe infestanti di difficile controllo.

La semina in asciutto a file interrate ha inoltre effetti molto controversi sull’equilibrio idrico dell’areale risicolo. Se da un lato riduce di circa un mese il periodo di sommersione, essa non sembra determinare un complessivo “risparmio” del fabbisogno idrico globale della risaia. Per contro determina il mancato utilizzo delle acque nelle fasi di maggiore disponibilità (mesi di aprile e maggio), il ritardo nella ricarica delle falde e dei fontanili che alimentano il sistema idraulico dell’area risicola, la concomitanza dei “picchi” di fabbisogno con quelli di irrigazione di altre colture come il mais o la soia, l’alterazione di alcuni ecosistemi basati sulla presenza di vaste aree sommerse. Per questi motivi il rischio di una squilibrata diffusione della tecnica della semina in asciutto viene visto con preoccupazione da molti tecnici ed esperti in particolare nell’ambito dei consorzi di irrigazione e bonifica.

La difesa della coltivazione di riso

Come ogni pianta anche il riso è soggetto all’azione avversa di parassiti e patogeni. Si va dai parassiti fungini che attaccano il seme ed i germinelli, alle alghe che soffocano la coltura seminata in sommersione, agli insetti come il “punteruolo acquatico” che erodono radici e foglie nelle prime fasi vegetative. Per il controllo di queste avversità sono importanti le tecniche colturali e la gestione dell’acqua con l’effettuazione di opportune energiche asciutte. In casi particolarmente gravi in cui il danno risulta rilevante può essere indispensabile il ricorso a mezzi di controllo chimici, attualmente disponibili solo nei confronti del “punteruolo acquatico”.

Il fronte principale della protezione della coltura del riso è rappresentato dalla lotta alle erbe infestanti, che se non controllate possono determinare la pressoché completa perdita del raccolto. Le infestanti della risaia sono molteplici ed il loro controllo può  essere conseguito attraverso la combinazione di interventi agronomici, meccanici, chimici  e biologici. I primi consistono in avvicendamenti colturali (non sempre possibili in quanto in alcune zone particolarmente paludose la coltura del riso non ha alternative praticabili), in colture da sovescio e “false semine”.

Gli interventi meccanici consistono nell’estirpazione delle erbe infestanti con apposite attrezzature (erpici strigliatori, sarchiatori rotativi) utilizzabili solo su colture seminate a file e in condizioni di terreno non sempre facili da ottenere. Tra i metodi “biologici” si segnala quello della “pacciamatura verde”, consistente nella trinciatura o costipazione al suolo di una coltura da biomassa e successiva sommersione che determina lo sviluppo di sostanze tossiche per la germinazione delle infestanti. Il sistema è oggetto di controversie a causa delle forti emissioni di gas climalteranti generati dalla fermentazione della biomassa e dalla dispersione nell’ambiente (ed in particolare nei corpi idrici) di sostanze ad elevata tossicità biologica. Per questi motivi il diserbo chimico della risaia resta allo stato attuale un metodo di protezione della coltura difficilmente sostituibile. Nel corso degli anni si sono sviluppate molecole a bassissima tossicità ed a bassissimo impatto, utilizzate a dosi di pochi grammi per ettaro, che richiedono tuttavia grande attenzione per evitare l’insorgere di fenomeni di resistenza da parte delle infestanti che si vogliono combattere. Al tempo stesso si sono rese disponibili attrezzature per la distribuzione molte complesse e sofisticate, talvolta  dotate di sistemi di guida assistita o automatica e di sistemi di controllo tendenti a minimizzare i rischi di dispersione accidentale nell’ambiente.

Anche per la protezione dai patogeni fungini, ed in particolare per il controllo della Pyricularia grisea, agente patogeno del “brusone” che rappresenta la principale malattia del riso, si dispone di alcuni prodotti di sintesi o a base di zolfo. La protezione dal “brusone” parte tuttavia dal miglioramento genetico, attraverso la creazione di varietà resistenti (purtroppo le tradizionali varietà italiane da risotto non sono in genere resistenti a questo patogeno), da pratiche agronomiche corrette e da concimazioni equilibrate.

Il sistema irriguo per la coltivazione del riso

Tutto il complesso e delicato sistema di derivazioni e canalizzazioni irrigue che sottende l’areale risicolo della pianura piemontese e lombarda si basa sul fondamentale concetto di uso plurimo delle acque che lungo il percorso vengono utilizzate per scopi molteplici e “restituite” alla rete dopo l’uso. Questo processo di ottimizzazione si concretizza appunto negli usi plurimi  e nei riusi delle acque irrigue, resi possibili dal recupero dell’acqua che, distribuita sui campi, si “riproduce”  attraverso un gigantesco sistema di vasi comunicanti. Ciò avviene sia per via superficiale mediante la “colatura” delle acque eccedenti le necessità,  che per via sotterranea, con la ricarica delle falde, siano esse affioranti (il sistema dei fontanili) che profonde, consentendo il riutilizzo delle acque stesse, impiegate nuovamente per l’irrigazione ma anche per scopi industriali e civili.

Ma il fitto sistema di canalizzazione esercita una duplice funzione di interesse generale. Da un lato serve a rallentare la “corsa al mare” delle acque derivanti dall’arco alpino, affiancandosi ed integrando la funzione  naturale dei laghi: il “sistema risaia” da questo punto di vista costituisce un enorme invaso stimato in oltre un miliardo di metri cubi di acqua (a fronte dei 400 milioni di metri cubi di invaso medio del Lago Maggiore). Dall’ altro funge da sistema di protezione entro cui diluire le fasi di piena, contribuendo a ridurre il rischio di eventi estremi.

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